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Informazione e disinformazione

«Nulla_potrebbe_essere_più irragionevole che dare potere al popolo, privandolo tuttavia dell’informazione senza la quale si commettono gli abusi di potere. Un popolo che vuole governarsi da sé deve armarsi del potere che procura l’informazione. Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe». (James Madison, IV Presidente degli Stati Uniti, tra i principali autori della Costituzione americana)

 

Il quadro dell’informazione in Italia ha caratteristiche estremamente sconcertanti se confrontato col panorama internazionale (2009, 2010, 2011, 2012).

L’informazione in Italia è vincolata a pochi gruppi di potere che si scontrano frontalmente e che propongono modelli non sempre divergenti e che nonostante il finanziamento pubblico, producono un’informazione fotocopia, orientata alla persuasione piuttosto che all’informazione. Il modello culturale della logica di fazione si fa sentire più che mai anche nella carta stampata dov’è apparentemente più evidente, piuttosto che in quella televisiva, dove si annidano meccanismi più sofisticati di mimetismo e destabilizzazione della percezione.

Quanti hanno notato che molte reti televisive ripetono ossessivamente le stesse notizie in tempi diversi senza dare un’esplicita indicazione temporale della notizia originaria (data ed ora della prima diffusione) facendoci perdere il senso temporale cronologico degli eventi. Il passato si mescola col presente in un continuum senza senso. Immagini che vengono tagliate e ricucite su eventi che non rappresentano, perché tanto il “telespettatore distratto non si accorgerà di niente”. Qual è il danno in termini percettivi che un sistema del genere sta producendo sul sistema nervoso dei telespettatori? È questo ciò che vogliamo?




Siamo stati abituati alla possibilità di distinguere, attraverso delle etichette, i prodotti che mangiamo. Sapere la provenienza del cibo aumenta la fiducia e ci rende consumatori consapevoli. Ma le reti della televisione di Stato danno notizie spesso indistinguibili, prodotte da giornalisti che hanno le sembianze di piazzisti piuttosto che di addetti alla cultura e all’informazione libera in un paese dalla cultura millenaria come il nostro. Tra questi piazzisti c’è anche chi spaccia oroscopi per l’interpretazione del quadro politico e altre oscenità. Perché tutto questo è stato reso possibile? C’è una reale volontà di destabilizzazione della percezione della cultura e dell’informazione in questo paese? La risposta è chiaramente positiva e coinvolge anche chi dice di non volerla.

In un sistema realmente pluralista e che tiene conto della volontà popolare espressa col voto, dovrebbe esserci un sistema televisivo regolamentato in modo da tenere conto ed essere coerente con le aspettative dell’elettorato. I canali dovrebbero tenere conto degli schieramenti politici (dei partiti rappresentati in Parlamento). I giornalisti sarebbero costretti a schierarsi e ad essere più coerenti, gli sponsor allo stesso modo tenderanno a finanziare e appoggiare i canali che supportano i loro interessi in modo trasparente agli elettori. Ciò non escluderebbe a programmi di qualità di emergere e di creare nuovi modelli.

La consapevolezza diffusa e la chiarezza dell’offerta informativa televisiva permetterebbe una più attenta interazione tra cittadini e governi in un continuo miglioramento del sistema democratico. La tecnologia permette già la disponibilità di una molteplicità di canali televisivi e la larga banda sulla rete Internet permetterà la diffusione di contenuti video sempre più concorrenziali in qualità rispetto alla televisione.

I canali televisivi, finché non prevarrà Internet, dovrebbero essere messi a disposizione di ogni partito che ha eletto dei rappresentanti in Parlamento e il cui finanziamento dovrebbe essere proporzionale ai voti ottenuti rispetto al totale dei voti disponibili. In questo modo ogni punto di vista verrebbe rappresentato in modo decisamente plurale e sicuramente più trasparente. Ogni cittadino capirebbe se un discorso ha connotazioni fasciste, liberali, radicali, cattoliche, socialdemocratiche o comuniste e se rappresenta veramente e concretamente i suoi interessi. Ogni cittadino avrebbe gli strumenti per capire se il suo punto di vista, i suoi valori, il suo modello di onestà intellettuale e sostanziale sono compatibili con uno schieramento politico o un partito e decidere chi sostenere alle elezioni.

Dalla reale competizione tra ideali e prassi scaturirebbe la concreta possibilità di una evoluzione politica in chiave liberale democratica, socialista democratica o cattolica, o tutte le cose insieme, un’intersezione virtuosa di interessi comuni. Gli estremismi verrebbero emarginati naturalmente, le politiche favorirebbero il vero “bene comune” nazionale e non quello delle fazioni, la solidarietà avrebbe più sostenitori contro chi vuole avere un posto al sole perenne infischiandosene degli altri e a discapito degli altri.
Sarebbe un segnale di civiltà e contro gli opportunisti e chi opera con una logica da usuraio: maggiore è il danno comune maggiore il guadagno individuale.



Con le possibilità tecnologiche attualmente disponibili, con la possibilità multimediale offerta dai nuovi media digitali, sono possibili più modi per ottenere più risultati intermedi tra due posizioni completamente opposte. Abbiamo la possibilità di creare e potenziare nel tempo dei modelli di crescita culturale che convergano verso una consapevolezza diffusa e pluralista oppure verso una destabilizzazione della percezione e verso un’omologazione semplificata dei gusti e dei modelli di rappresentazione del mondo.

Chi controlla l'informazione?

La distinzione, tra molte sfumature, è stata sempre quella tra cittadini consapevoli e consumatori e, senza dubbio, la seconda visione del mondo è quella che ha prevalso finora. È ora di cambiare!


La libertà dei mezzi di comunicazione
La partecipazione di donne e uomini liberi alle scelte di un'intera comunità è il concetto cardine della politica. La partecipazione alle scelte è strettamente legato al sentimento profondo di comunità, all'individuazione di bisogni comuni e di strumenti democratici atti a soddisfarli.
Il controllo democratico agisce attraverso l'educazione alla partecipazione, vista non come un accessorio ma come un bene primario della vita quotidiana dell'individuo nella comunità, la libertà dei mezzi di comunicazione è, per questo motivo, il cardine del sistema di controllo democratico.

La complessità dei moderni sistemi sociali democratici ha allontanato il cittadino comune dai meccanismi decisionali, relegandolo al ruolo di comparsa, anche nel momento elettorale, che per molti non è più neppure il momento della resa dei conti tra cittadini rappresentati e potere politico, non essendo più chiara e distinguibile per l'uomo comune la missione politica dall'interesse personale. Ciò porta all'astensionismo come atto finale, crepuscolo della democrazia partecipativa.

In questo contesto degradato si manifesta forte la necessità di strumenti per il controllo diretto della democrazia, o meglio della democraticità delle scelte che coinvolgono un'intera comunità. Gli strumenti di partecipazione sono dunque strumenti di comunicazione, spazi fisici o virtuali per la riflessione, preambolo di ogni trasformazione e progresso.

Le tecnologie dell'informazione oggi disponibili sono armi a doppio taglio: possono essere un utile strumento per ridare vita al rapporto cittadino-istituzione e per rinvigorire lo spirito partecipativo, essenza della democrazia, così come uno strumento di controllo reazionario (fascista, capitalista, integralista, comunista).

Noam Chomky: il mito dei media liberi (sottotilato in italiano su youtube)

La potenza dei nuovi mezzi di comunicazione è tale da lasciare disarmato chi ne resta privo e determinare il controllo totale da parte di chi li utilizza al meglio e su vasta scala. Ogni moderna democrazia deve avere chiara la potenza dello strumento e deve rendere accessibile a tutti la conoscenza delle potenzialità positive come di quelle nefaste per il contesto democratico.

La partecipazione è, nella sua forma più pura ed elevata, incontro tra individualità in cerca di armonia, dibattito acceso tra mentalità differenti ma potenzialmente convergenti. La partecipazione coinvolge il processo di acquisizione delle informazioni, di elaborazione relazionale e filtraggio delle stesse ed infine il processo di decisione cui è finalizzata. La partecipazione è l'incontro armonioso tra il dubbio, l'idea e la sua rappresentazione. La partecipazione è consapevolezza dell'importanza dell'altro, della comunicazione sincera e disinteressata e della condivisione delle soluzioni per il bene comune.

Senza la libertà dei mezzi di comunicazione di massa tutto è vano, significa negare la necessità della partecipazione popolare alle definizione degli obiettivi (come stanno tentando di fare le grandi corporation tramite tentativi di controllo della rete attraverso atti legislativi come ACTA, l'accordo internazionale anti-contraffazione che, sotto le mentite spoglie di controllo dei traffici di merci si propone di controllare la rete e impedirne lo sviluppo). La mancanza della libertà nei mezzi di comunicazione è l'avvento del fascio-comunismo, l'avvento di un governo conservatore, dispotico e prepotente: la democrazia compressa non potrà che reagire in modo violento e imprevedibile.


Spazi pubblici e nuovi media
I siti di social networking sono l’ultima generazione di “spazi pubblici mediati”, ossia ambienti dove le persone possono incontrarsi pubblicamente per mezzo della tecnologia. In un certo senso gli spazi pubblici mediati sono simili a quelli pubblici che siamo abituati a frequentare nella nostra quotidianità (centri commerciali, piazze, bar).

Come osserva Danah Boyd (ricercatrice nelle Università di Berkeley e Harvard, Stati Uniti) “I teenager li frequentano [i social network] per entrare in contatto fra loro, in presenza di altre persone che possono essere coinvolte nella conversazione, se interessanti, oppure ignorate. Gli spazi pubblici svolgono funzioni differenti nella vita sociale: permettono agli individui di interiorizzare le norme sociali, ovvero di comunicare secondo uno standard condiviso; apprendere quali sono i comportamenti legittimi in particolari situazioni sulla base delle reazioni degli altri, così come conferire una forma di realtà a certi atti o certe espressioni per il semplice fatto che ci sono dei testimoni che li riconoscono”.
I social network sul Web sono una forma diversa di spazio pubblico e hanno quattro caratteristiche che li rendono unici.

La persistenza
La traccia virtuale di ogni utente rimane visibile per molto tempo; ciò facilita la comunicazione diacronica,ma significa anche che quello che si dice quando si era adolescenti è ancora accessibile quando si è adulti.

La ricercabilità
Chiunque può ricostruire con relativa facilità le frequentazioni virtuali dei propri figli, amici, conoscenti.

La replicabilità
Le informazioni digitali sono facilmente clonabili/copiabili. Questo significa che si può copiare una “conversazione” che è avvenuta in una certa chat-room e incollarla da un’altra parte, decontestualizzandola e/o ricontestualizzandola; ciò significa anche che è sempre più difficile capire se un determinato contenuto è falso o se è stato alterato.

Il pubblico invisibile
Nella vita pubblica di tutti i giorni è facile incrociare estranei, ma noi generalmente ce ne accorgiamo e notiamo immediatamente se qualcuno sta spiando la nostra conversazione. Negli spazi pubblici mediati l’agguato non solo è invisibile, ma la persistenza, la ricercabilità e la replicabilità delle nostre azioni virtuali consentono la partecipazione di pubblici che non erano nemmeno presenti nel momento in cui ci siamo espressi.

What is ACTA?

È chiaro che questi elementi cambiano radicalmente le regole del gioco: infatti gli ambienti pubblici, attraverso la socializzazione, ci forniscono indizi fondamentali su ciò che è appropriato o meno. I frequentatori dei siti di social network immaginano il proprio pubblico di amici virtuali e si rivolgono a essi secondo norme che ritengono condivise. Internet non ha barriere. Le conversazioni si propagano e il contesto viene continuamente ridefinito. Le soluzioni tecniche difficilmente sono un ostacolo, perché qualsiasi barriera venga eretta viene facilmente abbattuta dall’innovazione tecnologica, nelle sue varie manifestazioni. La replicabilità intrinseca del digitale e la forza dei meccanismi di searching rendono qualsiasi barriera – nella migliore delle ipotesi – temporanea. È per questo che c’è chi ritiene che la sicurezza sia garantita dalla bassa notorietà (security through obscurity) e danno per scontato che, almeno fin quando pochi (o nessuno) saranno interessati a loro, non verranno disturbati.


   



Letture consigliate

  • Claudio Fracassi, Sotto la notizia niente (L'Altritalia, 1994)
  • Sergio Lepri, Professione giornalista (ETAS, 1999)
  • Michele Loporcaro, Cattive notizie (Feltrinelli, 2006)
  • Tullio De Mauro, Guida all'uso delle parole (Editori Riuniti, 2009)



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