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Perché è importante che la Repubblica abbia un Senato

«La libertà, che non consiste nell'avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno.» (Marco Tullio Cicerone, Sulla Repubblica, II, 43)

«Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo.» (Marcus Tullius Cicero,  De re publica, II, 43)

 

Un intero parlamento di giovani e vecchi barbari alle prese con la demolizione della Costituzione 

Ogni comunità organizzata ha conservato, nei millenni, la necessità di ascoltare  e di valutare i consigli delle persone con maggiore esperienza. I consigli degli anziani e delle persone di grande esperienza, sagge e prudenti, hanno avuto il giusto rilievo nelle situazioni difficili, anche se solo per prospettare scenari e possibilità o evidenziare incongruenze (situazioni non convenienti) e incoerenze (situazioni contraddittorie o inefficienti) nella guida delle comunità. Col passare dei secoli, tra alti e bassi, questo consesso si è trasformato in un crogiolo della vanità. L’efficacia della saggezza è stata sostituita dall’apparenza: l’appartenenza ha inorgoglito vite spese tra servilismo e inutilità politica a danno della comunità.

Il Senato, nella sua straordinaria idea originaria, doveva servire a garantire l’equilibrio tra la tradizione e il progresso, tra la morale e la razionalità, tra l’intraprendenza e la prudenza, tra l’individuale e il sociale, tra libertà e giustizia: doveva realizzare una memoria collettiva alla quale attingere nelle situazioni di difficoltà e di crisi. Niente di più straordinario per l’evoluzione della civiltà occidentale, niente di più utile per un qualunque governo, dalla tribù ai moderni sistemi democratici.

Nella costruzione di un Senato ideale ciò che conta è la qualità degli uomini, non il loro numero. Ciò che conta è la volontà dei prescelti di partecipare alla soluzione dei problemi della Comunità, non la vanità di appartenervi. Se questi principi di base fossero condivisi sarebbe semplice creare un Senato con un numero minimo di prescelti (indicati da partiti e da organizzazioni e associazioni della società civile) da candidare all’elezione popolare dopo un’analisi, documentata dai proponenti in forma scritta. Una selezione delle persone con le caratteristiche ritenute più vicine ad una idealità coerente con stringenti requisiti di razionalità ed eticità, saggezza ed equilibrio, da eleggere nella propria comunità di origine. Il requisito principale richiesto dovrebbe essere l’esperienza concreta e l’utilità sociale delle azioni intraprese dai/dalle candidati/e: così i membri del Senato sarebbero persone a fine carriera lavorativa e non persone che con l’appartenenza al Senato si costruiscono una carriera, magari parenti stretti o acquisiti di altri parlamentari.

I membri del Senato dovrebbero essere imprenditori, scienziati, umanisti, tecnologi, magistrati, letterati, poeti, artisti, ma anche persone di buon senso e equilibrio, stimate e apprezzate dalla loro comunità di appartenenza (e per questo sostenute economicamente ove fosse necessario), e infine funzionari pubblici che si sono distinti nel corso della loro carriera per meriti sociali di rilievo per la comunità nazionale. Questi una volta indicati dovrebbero decidere se contribuire con i propri suggerimenti e indicazioni al miglioramento delle decisioni a vantaggio della comunità nazionale, con diritto di veto a larga maggioranza. In questo caso la partecipazione dovrebbe essere gratuita (al netto delle spese sostenute per l’eventuali spostamento e permanenza, che comunque potrebbero essere minimizzati con meccanismi di teleconferenza e di comunicazione elettronica, e con la disponibilità di alloggi dignitosi e sale di discussione e d’incontro di proprietà e gestione statale). La durata del mandato dovrebbe essere in relazione con la durata del mandato del Presidente della Repubblica (non più di 7 anni) e non dovrebbe garantire emolumenti se non in caso di indigenza dell’eletto e a tutela della salute (anche a fine mandato e per tutto il resto della vita). Una garanzia di attenzione popolare sulla dignità dell’esistenza di chi è stato scelto per contribuire al bene comune, che uno Stato giusto dovrebbe garantire a tutti in vecchiaia.


Senato

Cicerone denuncia Catilina (Cesare Maccari, affresco 1880, Palazzo Madama,  Roma)


In questo modo la comunità nazionale avrebbe un meccanismo concreto di controllo sulle azioni del governo e potrebbe beneficiare dei suggerimenti e dei consigli dei maggiori esperti, scelti tra i migliori dalle comunità di appartenenza per contribuire alla comunità nazionale e indirettamente a quella continentale. I senatori avrebbero il solo obbligo di esprimersi in forma scritta sintetica (e quando ritenuto opportuno anche audio-video) sulle questioni che ritengono rilevanti. Il loro parere dovrebbe essere consultivo (con suggerimenti non vincolanti ai fini dell’azione di governo esclusi casi particolari di pericoli concreti: esercitando il diritto di veto a larga maggioranza) e reso pubblico in un archivio dei pareri, memoria storica della razionalità operante, consultabile in chiave retrospettiva per capire e trovare soluzioni ai problemi delle comunità futura e, soprattutto, le ragioni degli errori passati.

In questo modo si ridurrebbe il numero dei senatori e il loro costo, e contemporaneamente si avrebbe la consulenza di persone equilibrate, competenti e motivate a contribuire alla definizione di scenari decisionali per il presente e il futuro, in modo incrementale e duraturo.

L’efficacia dei contributi sarebbe misurabile attraverso gli accessi ai pareri e attraverso il livello di dibattito sollevato dai loro interventi qualificati. La pubblicazione dei pareri scritti (e dei video) su importanti questioni potrebbe essere un utile deposito per studenti e cittadini (ma soprattutto amministratori) che intendono comprendere e migliorare la propria formazione per contribuire in futuro a decisioni importanti per il bene delle comunità.

Tutto questo avrebbe un impatto straordinario sull’aumento della razionalità collettiva e sulla crescita delle comunità locali, ossia sulla capacità di travasare esperienza e saggezza, a partire dalle decisioni prese a livello nazionale, sui territori e le comunità locali.

In poche righe ho tentato di suggerire un metodo, in un modo provocatorio finalizzato al dibattito su ciò che è giusto fare per la comunità futura, un modo per affrontare un problema così delicato con una proposta “stravagante” ma concreta.

Evidentemente ciò a cui si aspira e un modello che va in una direzione diversa da questa.

L’assenza di un Senato comporta la perdita di controllo sull’operato della Camera dei Deputati, l’impossibilità di contenere i danni economici e sociali che possono produrre decisioni sbagliate possono essere estremamente maggiori dei costi di un Senato con la struttura attuale.  Se questa scelta viene fatta (eliminazione del Senato), ha una sola motivazione plausibile: liberare chi legifera dal controllo incrociato e fare passare leggi a vantaggio di questa o quella consorteria dominante (anche coi soliti trucchi adottati sino ad ora, inserendo clausole all’ultimo momento o addirittura parole ambigue utilizzabili in eventuali contese giudiziarie). La possibilità di legiferare senza controllo può liberare il drago dei poteri occulti internazionali che possono influenzare con maggiore efficacia la politica nazionale (cosa che già fanno), depotenziando il parlamento.

In parole semplici: la perdita totale della sovranità nazionale.

Se a questo aggiungiamo la riduzione del numero dei parlamentare, la riduzione delle loro remunerazioni e l’abolizione dell’immunità parlamentare capiamo immediatamente che quello che si sta facendo è “incaprettare” la democrazia parlamentare.

Infatti la riduzione del numero dei parlamentari è possibile ma va affrontata con criteri di razionalità (non semplicemente dimezzando) perché il numero dei parlamentari è in relazione col territorio, la popolazione e i problemi sociali ed economici connessi e non può non tenere conto adeguatamente di tutte le diverse esigenze delle regioni. Inoltre la riduzione drastica degli emolumenti ai parlamentari è una scelta irrazionale e demagogica che danneggerà anche la parte di popolazione che la sostiene perché diminuirà la possibilità di autofinanziamento di azioni politiche di opposizione da parte dei singoli o di gruppi di parlamentari e rafforzerà la relazione tra “certi” parlamentari e i potentati economici che ne finanzieranno l’operato in funzione dei loro interessi e contro l’interesse collettivo.

Questo scenario, se attuato, avrà ripercussioni devastanti e, a lungo termine, impedirà di avere in parlamento politici indipendenti dal potere economico (che già scarseggiano) o non allineati, introducendo in maniera massiccia elementi autoritari che sono già presenti ed operanti e tendono all’omologazione e all’appiattimento delle posizioni.

Ciò che si comprende chiaramente è che, su questo tema, le politiche di governo e di opposizione vanno nella stessa direzione: lo svuotamento dei poteri del parlamento.

Cosa sostituirà i parlamenti nazionali? Il parlamento europeo è la prima risposta che viene in mente a ciascuno di noi. Ma senza un adeguato collegamento tra Europa e territori nazionali che modello politico risulterà sostenibile? Se mancano i livelli decisionali intermedi possiamo ancora parlare di democrazia? Se si centralizza e si omogeneizza, e la tendenza attuale è questa, si può ancora parlare di democrazia o si deve parlare di deriva autoritaria (solo perché si ha pudore e non si vuole parlare di golpe o di dittatura).

Se a questo aggiungiamo l’omogeneizzazione della stampa nazionale e dell’informazione, capiamo facilmente che la situazione è estremamente delicata. Se poi osserviamo che si vuole cambiare la Costituzione con atti di governo, senza un governo eletto a questo fine, ossia con un programma di governo presentato agli elettori che abbia al primo punto la modifica della Costituzione spiegata nei minimi dettagli, allora è chiaro che la Costituzione repubblicana antifascista  rischia di essere violata. Ciò che ne può conseguire non è scontato.

Tutto questo vi sembra casuale?

  

P.S. Un sistema democratico che garantisca la governabilità non può non essere basato sulle coalizioni preelettorali, con la rappresentazione in forma proporzionale di tutte le liste partecipanti alla coalizione (con al minimo un rappresentante eletto obbligatoriamente per ogni lista partecipante e gli altri proporzionalmente, in modo tale che alla fine tutti i punti di vista siano rappresentati in parlamento) e con un programma di pochi punti (priorità) condiviso e sottoscritto dalla coalizione proponente con in dettaglio i tempi nei quali intende realizzarlo.

 

 

Bibliografia minima 

  • Costituzione italiana      
  • Operazioni di seggio degli uff. elettorali (Min. degli Interni)         
  • Trattato di Lisbona (13 dicembre 2007)      

 

 

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