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Cos’è l’impronta ecologica - Biocapacità

L’Impronta Ecologica e la biocapacità

L’IE, introdotta dai ricercatori canadesi Mathis Wackermagel e William Rees a partire dagli anni ‘90, misura la quantità di area biologica produttiva (terra e acqua) necessaria ad una certa popolazione per produrre tutto ciò che è in grado di consumare e riciclare dai rifiuti che genera: in pratica stima la capacità di consumo della popolazione per il soddisfacimento dei propri bisogni e la mette in relazione alla biocapacità produttiva effettiva (terre arabili, pascoli, foreste, aree marine produttive…). Dalla differenza tra biocapacità e Impronta Ecologica si ottiene la  previsione di sostenibilità o l’insostenibilità a medio e lungo termine (Deficit=B-IE). 

Il calcolo dell’Impronta Ecologica fornisce un risultato in ettari equivalenti o globali (1 ha. = 100m x 100m = 10000 m2 = 10-2 km2 = 0,01 km2 = 1/100km2, o anche  1 km2 = 100 ha.) di territorio consumato per produrre beni sufficienti a un certo tenore di vita e fa uso di fattori di conversione per ogni voce (alimenti, energia, servizi …) considerata.

Aggregando i risultati raccolti localmente, nei comuni e nelle piccole comunità, si è giunti ad una prima stima dell’Impronta Ecologica dei paesi membri dell’unione europea, e confrontando questa stima con la biocapacità effettiva di ogni nazione (stima più precisa degli ettari effettivamente utilizzati nei processi produttivi) si riesce a valutare, in prima approssimazione, la sostenibilità dello stile di vita delle popolazioni relative ai territori. 

Per l’Italia la capacità di consumo delle risorse è circa quattro volte (4x) la biocapacità effettiva del territorio nazionale (dati raccolti nel 2008). Per visualizzare meglio, diremo che per soddisfare l’attuale stile di vita della popolazione italiana sono necessarie aree produttive corrispondenti a quattro volte e mezzo quelle dell’Italia. Il deficit è pari a -3.37 (D=1.15-4.52<0) 

 

Tratto da Living Planet 2012 (WWF)

 

È chiaro che un approccio del genere è ancora impreciso, ma col tempo, con il miglioramento dei modelli e la quantità e qualità dei dati rilevati, si giungerà a un risultato più preciso e aderente alla dinamica dei fatti, in tempi brevi. 

La biocapacità considera tutte le possibili attività che richiedono direttamente o indirettamente le capacità produttive degli ecosistemi e che quindi hanno un corrispettivo in superficie di terreno produttivo. Tengono conto in particolare delle seguenti attività:

 

  • estrazione, trattamento e trasporto dei beni e delle merci

  • produzione dell’energia

  • smaltimento dei rifiuti e degli scarti (solidi, liquidi e gassosi) delle lavorazioni

  • occupazione dei territori (edifici, impianti e infrastrutture)

     

Il territorio ecologicamente produttivo viene distinto in categorie:

 

  • Terreno per l’energia: due approcci 
    • superficie necessaria per produrre energia in modo sostenibile (Comunità Europea)
    • area forestale necessaria per assorbire l’anidride carbonica (CO2) emessa dalla produzione di energia da combustibili fossili (Wackermagel-Rees)

 

Le aree ottenute sono dello stesso ordine di grandezza.

 

  • Terreno agricolo: superficie arabile utilizzata per produrre alimenti e prodotti di origine agricola (cotone, tabacco…)

  • Pascoli: superficie dedicata all’allevamento e indirettamente a prodotti derivati (latte, uova…)

  • Foreste: aree dedicate alla produzione di legname e affini (sughero…)

  • Superficie degradata: ecologicamente improduttiva, utilizzata per infrastrutture, manifatture, servizi e vie di comunicazione

  • Mare: superficie marina utilizzata per l’allevamento delle risorse ittiche consumate.

 

Biocapacità approssimata del Sulcis-Iglesiente sotto la falsa ipotesi che la distribuzione dei terreni agricoli ricalchi la distribuzione su base regionale (i dati di popolazione e superficie sono quelli del Sulcis-Iglesiente mentre la distribuzione delle terre è quella della regione Sardegna).


Data la diversità dei territori individuati, la cui produttività dovrà essere sommata alle altre per determinare la biocapacità complessiva, è necessario pesare questi valori distinti rispetto alla produttività media mondiale (normalizzazione dei dati), attraverso dei fattori di conversione (che portano alla definizione di un “ettaro equivalente”ha. eq. o “ettaro globale”gha.).  

Ad esempio la “terra arabile” è circa due volte (pta > 2,0) più produttiva della media della terra mondiale mentre il “terreno da pascolo” non raggiunge la metà (ptp < 0,5) della produttività della media della terra mondiale: ciò significa che la “terra arabile” è oltre 4 volte più produttiva del “terreno da pascolo” (pta > 4*ptp). Dal confronto della produttività di un terreno con la media mondiale viene fuori la misura in ettari equivalenti.

 

  • la “terra arabile” è circa due volte (pta > 2) più produttiva della media mondiale 2,11 ha. eq.

  • il “terreno da pascolo” non arriva alla metà (ptp < 0,5) più produttiva della media mondiale 0,47 ha. eq.

 

Più il terreno è produttivo più è alto il numero di ettari equivalenti che lo rappresenta. A questo scopo si usano i “fattori di conversione”, per realizzare correzioni statistiche che tengano conto delle variazioni dalla media della produzione mondiale si usa lo “yield factor” (fattore di produzione).  Ogni categoria di terreno è presente in un mix regionale o di zona (qui si ipotizza, per semplificare, che il mix della zona Sulcis-Iglesiente sia lo stesso della regione Sardegna), esprimendo l’apporto della tipologia in valori percentuali (%). Ogni elemento relativo alla singola tipologia viene sommato, essendo stato normalizzato e reso equivalente alle altre tipologie. Il risultato viene diminuito del 12% (si considera una parte del terreno come non direttamente produttivo ma con caratteristiche di mantenimento della struttura dell’ecosistema), quindi si divide per la popolazione della zona di territorio: questa è la biocapacità pro capite. Questo valore è quello utilizzato nel confronto con l’impronta ecologica per determinare il deficit ecologico.


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