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CO2: nessun progresso senza cambiamento - Carbone Sulcis

 

La concessione mineraria del carbone di Monte Sinni (in prossimità di Nuraxi Figus, tra Bacu Abis, Postoscuso e Cortoghiana, gestita dalla Regione Sardegna dal 1996) è l'unica miniera di carbone attiva in Italia, sfrutta il carbone del bacino eocenico del Sulcis, con riserve stimate in 2.5 miliardi di tonnellate di carbone  sub-bituminoso (un tipo di carbone le cui proprietà variano tra quelle di lignite e quelle di carbone bituminoso e sono utilizzate principalmente come combustibile per generazione di vapore nella produzione di energia elettrica). Il litantrace sub-bituminoso può contenere umidità dal 20 al 30% del suo peso e zolfo (il carbone Sulcis è noto per avere livelli di zolfo superiori a quelli di materiale estratto da altre miniere ed è soggetto ad autocombustione che ne abbassa il potere calorico e ne diminuisce il valore commerciale, per questo viene desolforato). Il calore generato da questo materiale varia dai  20 ai 21 MJ/kg (dai 17 ai 24 milioni di Btu/ton), il minore tra i materiali bituminosi della litantrace (carbone): la lignite ha infatti un potere calorico superiore al sub-bituminoso, comunque inferiore ai 24 MJ/kg (5700 kcal/kg).  

Il bacino di Monte Sinni si estende per circa 400 km2 in-shore (sotterraneo) e per circa la stessa area off-shore (sotto il mare in prossimità della costa). La quantità di riserve di carbone sotterranee (55 km2, tra 350 e 500 metri di profondità, in-shore)  rappresenta una concessione (Carbosulcis SpA, oltre 500 dipendenti) di circa 60 milioni di tonnellate. Il potenziale annuo di produzione della miniera è di circa 1.5 milioni di tonnellate di carbone, ma in realtà ne vengono prodotte attualmente (2012) circa 50 mila al mese (in piena attività si è arrivati a produrne poco meno di 1 milione all'anno) che in realtà viene bruciato dalla centrale ENEL di Portovesme, situato a soli 3 km dalla miniera. La concessionaria promuove ricerca e sviluppo, finalizzate principalmente alla ottimizzazione dei processi di produzione di carbone, l'integrazione della produzione mineraria con le altre attività del ciclo di produzione di energia elettrica e il coinvolgimento  in nuovi mercati attraverso studi e applicazioni di tecnologie avanzate, in particolare relative allo stoccaggio di CO2 (CCS) e ad applicazioni ECBM (Enhanced Coal Bed Methane) in zone non interessate all'estrazione, nel bacino più profondo, a circa 700 metri di profondità. Tutte le attività menzionate dovrebbero essere realizzate in modo da essere pienamente conformi alle stringenti direttive europee, la cui proposta definitiva è la 2008/0015 (COD) del 23/01/2008, con particolare riferimento al Comma 2 dell'Articolo 4 (Capo 2) che recita: “Una formazione geologica è selezionata come sito di stoccaggio solo se, alle condizioni di uso proposte, non vi è un rischio significativo di fuoriuscita e se non sono prevedibili impatti negativi rilevanti sull’ambiente o sulla salute.”

Se l'iniezione di CO2 viene fatta ad una elevata profondità e su una zona porosa, adeguatamente isolata verso la superficie, la permanenza  per lungo tempo in fase liquida o in cristalli potrebbe reagire col materiale preesistente e rinnovare la formazione di minerali. Nel caso peggiore, se la profondità non è adeguata potrebbe trovare delle vie di fuga verso l'alto e in particolari condizioni evaporare in superficie e quindi in atmosfera.

Inchiesta su minatori e miniere (Sulcis-Iglesiente)


La tecnologia di cattura e immagazzinamento di CO2 permetterebbe di continuare ad utilizzare combustibili fossili riducendo le emissioni di CO2. Alcune domande sorgono spontanee. E' questa una soluzione duratura? La CO2 immagazzinata nel sottosuolo per quanto tempo starà al suo posto? Quanta CO2 può essere realisticamente iniettata nel sottosuolo? Siamo certi che non ci saranno problemi a medio e lungo termine? A quanto ammontano gli investimenti e quali potranno essere i benefici del territorio a medio-lungo termine? Siamo certi di potere usufruire delle stesse risorse finanziarie che sono attualmente disponibili anche in un futuro prossimo? Esiste una exit strategy dalla produzione e dall'utilizzo dei combustibili fossili del Sulcis?

Il sistema integrato proposto al Ministero dello sviluppo Economico prevede l'estrazione del carbone, la sua gassificazione per produrre il cosiddetto syngas (una miscela di idrogeno e monossido di carbonio) a partire da carbone processato con ossigeno e vapore. L'anidride carbonica prodotta viene pompata nel sottosuolo (a oltre 700 m), il combustibile (syngas) ottenuto dalla gassificazione viene utilizzato per alimentare la centrale elettrica ENEL.

E' in corso l'iter per la privatizzazione della miniera della Regione Sardegna (con un finanziamento, pare, si dice, di 200 milioni di euro) con la pubblicazione del bando di gara internazionale entro il 31 dicembre 2012, ovvero l'applicazione della Legge n. 99 del 2009, che prevede la realizzazione di una centrale termoelettrica basata sulle tecnologie CCS (in controtendenza con quanto avviene nel mercato americano secondo il World Watch Institute). La data del vertice al Ministero dello Sviluppo Economico, previsto per il 31 agosto 2012 è stata confermata e c'è una posizione unitaria tra Regione, Provincia, Carbosulcis e sindacati a sostegno del progetto integrato CCS Sulcis. Tutti si aspettano che la vertenza Sulcis abbia un buon esito. Non vogliamo certo il contrario ma è lecito e doveroso chiedersi se queste decisioni sono le migliori possibili. Sicuramente il problema si riproporrà in futuro, e non sappiamo prevedere come.

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