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Iglesias, 11 maggio 1920 - Cronaca di un eccidio


Cronaca di un eccidio annunciato

«L’11 maggio 1920 i carabinieri e le guardie regie spararono a zero a più riprese su una folla inerme di circa duemila minatori che hanno inscenato in piazza una dimostrazione di protesta contro la direzione della miniera di Monteponi, responsabile nella persona dell’ing. Binetti di un inutile e provocatorio provvedimento di decurtazione di salario nei confronti di alcuni minatori. I morti sono sette i feriti ventisei. I fatti sono descritti nel dettaglio nelle cronache de “Il Risveglio del’Isola” del  12, 13, 15 e 16 maggio 1920; dell’ ”Avanti!” del 16 e 20 maggio 1920; de “La Nuova Sardegna” del 14-15 maggio 1920; de “L’Unione sarda” del 12 e 13 maggio 1920. Ma soprattutto cfr. il rapporto del prefetto di Cagliari al Ministero dell’interno del 25 maggio 1920, in ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA.GG.RR,, 1920, b. 48; Dopoguerra e fascismo cit.,pp. 242-243.» [Angelo Corsi, Socialismo e fascismo nell’iglesiente, Edizioni della Torre 1979, a cura di Francesco Manconi, cit. nota n. 42 pp. 25-26]

Lo spettro dell’eccidio di Buggerru del 4 settembre 1904 è ancora vivo, ma i lavoratori e le loro famiglie ne hanno assorbito, con grande sofferenza, il significato profondo. Se si vuole progredire e dare un futuro migliore ai propri figli, si deve mettere in conto anche il sacrificio della propria vita di fronte a un fucile non solo nel buio del sottosuolo.


Il 1920, nelle miniere dell’Iglesiente, già dal suo inizio era caratterizzato da una accelerazione dei malumori e delle preoccupazioni dei minatori, continuamente vessati e oppressi. Le preoccupazioni del governo sono elevate è l’allarme scatta in modo formale dal 28 gennaio 1920 quando il sottoprefetto di Iglesias dà istruzioni ai carabinieri, in una nota “riservatissima”,  su misure e comportamenti da tenere per fronteggiare eventuali agitazioni degli operai: si ipotizza la possibilità di usare «[…] la facoltà di armare i cittadini in aiuto della forza pubblica per il mantenimento dell’ordine […]» [cit. in Socialismo e fascismo nell’iglesiente, Edizioni della Torre 1979, p. 26].

In particolare si legge:

«In previsione delle eventuali necessità è opportuno che i comandi di stazione interessati si abbocchino coi cittadini più autorevoli e più fidati e prenotino il numero dei cittadini che reputino necessari più adatti, volenterosi e sicuri e vedano di informarli della cosa e predisporre un programma di servizio […]» [ASC, Pref., fasc. Affari Politici e spirito pubblico, dispaccio del sottoprefetto di Iglesias al Comando di compagnia dei carabinieri del 26 gennaio 1920; cit. in Ibid.].

La situazione si aggrava nei mesi successivi, gli operai delle miniere sono in agitazione, organizzati dal partito socialista (già Lega Socialista Milanese nel 1889, fondata da Filippo Turati e poi, in seguito a scissioni e divisioni divenuto Partito Socialista Unitario nel 1922 con segretario l’on. Giacomo Matteotti, affiancato nella direzione da Turati) tra di essi l’ala anarchica, molto popolare tra i minatori, e la fronda minoritaria dei primi sostenitori della III internazionale (che convergeranno di li a poco nel partito comunista italiano a Livorno il 21 gennaio 1921, raccogliendo attorno a Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci circa un terzo dei fuoriusciti dal Partito Socialista al XVII congresso).

La dirigenza della miniera di Monteponi è orientata a mantenere un atteggiamento fermo e determinato a pressare psicologicamente gli operai per evitare ogni pretesa avanzata dai lavoratori, e contemporaneamente si sente forte dell’appoggio militare del governo attraverso la prefettura. I minatori forti dell’ampio consenso tra i lavoratori e le famiglie, decidono di partecipare a manifestazioni e comizi per ottenere migliori condizioni di lavoro e di salario. Per l’ingegner Andrea Binetti e i suoi collaboratori, questo è sufficiente per decurtare parte del salario a un gruppo di operai, individuati tra coloro che hanno partecipato ai comizi. La decisione è supportata dalla capacità militare organizzata e messa in atto a partire dai mesi precedenti e alimentata dalla paura della direzione per la possibilità concreta di occupazione dei pozzi e di conseguente blocco totale delle produzioni.   

La situazione è fuori controllo e precipita la mattina dell’11 maggio 1920.

«L’azienda non torna indietro. E l’indomani mattina, martedì 11 maggio 1920, al primo turno delle 6, i minatori non scendono nei pozzi. Succede altrettanto nelle vicine miniere di San Giovanni e Campo Pisano. Gli operai si concentrano a Monteponi. Vedono l’ingegnere direttore in auto, lo circondano, e gli si stringono, obbligandolo a venir fuori.» [Giorgio Fiori, “Il cavaliere dei rosso mori”, Einaudi 1985, p. 89]

 

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