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Iglesias, 11 maggio 1920

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.»

[Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) scrittore, partigiano, chimico e poeta italiano, autore di racconti, memorie, poesie e romanzi]

 

Prodromi di un eccidio

16 novembre 1919, elezioni politiche in Sardegna. Il movimento dei reduci (lista con l’elmetto) è parte della competizione elettorale e nel collegio di Cagliari, che include vari collegi uninominali tra cui quello di Iglesias, è la più votata col 24,3% (due eletti: Paolo Orano e Mauro Angioni). Complessivamente, in Sardegna, il 23,4% e tre seggi sui dodici disponibili. Il movimento dei reduci si svilupperà ulteriormente nei mesi successivi aumentando il numero di sezioni sul territorio regionale. Così li descrive Giuseppe Fiori:

«Un fiume gonfio (con acque superficiali limpide e una parte intorbidata) che si trascina dietro una varietà di sostanze e spezzoni non omogenei. Senza misurarne il grado di presenza (tracce lievi o corpi voluminosi) converrà segnalarli tutti. Eccoli, allora. Avversione per i partiti del passato. Antibolscevismo. Scelta di campo con gli sfruttati. Disprezzo per i profittatori di guerra. Propaggini di logge massoniche. Repubblicani accanto a dinastici ferventi. Seguaci di Salvemini con l’idea di fondo che i mali del Sud discendono principalmente dal blocco settentrionale industriali-operai beneficiari tutti in diversa misura di dazi protettivi catastrofici per l’economia agricola meridionale. Sindacalisti soreliani. Antiparlamentarismo. Passione per il D’Annunzio fiumano. Giovani farmacisti, insegnanti, medici, avvocati, notai di famiglie con tradizioni di dominio nel villaggio. Jacquerie di legionari spostati inclini a trasporre nella vita civile la pratica dell’ammutinamento collettivo, con saccheggio e incendio dei municipi, invasione di terre incolte, attentati a caserme dei carabinieri, vandalismi in preture e uffici daziari.» [ in “Il cavaliere dei rossomori”, Einaudi 1985, pp. 81-82]

Ne risulta un gruppo eterogeneo con una forte base anarchica di lavoratori agricoli ritornati dalla dura guerra di trincea, riluttanti a ripristinare i vecchi ordini gerarchici di subordinazione sociale e gruppi dirigenti della piccola borghesia intellettuale. A Sassari “salveminiani, liberisti e cooperativisti”, a Cagliari “soreliani, classisti e sindacalisti”.

In questo contesto si inserisce Emilio Lussu a Cagliari, tentando di dare voce alle posizioni di “sindacalismo rivoluzionario”, «Repubblica democratica, Stato federale, terra ai contadini, socializzazione delle grandi industrie: un programma antifeudale e anticapitalistico» [Ibid].

Il coraggio dei contadini della Trexenta, del Sarcidano, della Marmilla e del Campidano oristanese esce allo scoperto, scioperano per la prima volta per rivendicare il giusto salario.  Allo stesso modo i pastori da Monastir a Villacidro e San Nicolò d’Arcidano fanno lo sciopero della mungitura per il salario, si accordano e non mungono le pecore in un giorno stabilito.

I padroni capitolano. Primo sciopero di pastori in Europa. La battaglia di Lussu è anche culturale, vuole rimuovere certe perversioni feudali quali il “baciamano”. Scrive Lussu:

«Rivedo ancora i contadini schierati la domenica, come se fossero in formazioni militari di plotone o di compagnia, raccolti tutti nel piazzale della chiesa, la grande piazza pubblica, all’uscita della messa, rimanere impassibili, dritti come sull’attenti, al passaggio del grande signore locale […]» [Ibid.]

La spettacolare presa di coscienza delle masse, della loro forza, suggellata dal coraggio di un’azione sino ad allora punita per irriverenza.

Il movimento dei combattenti, “contadinista e antibolscevico” ha, nel 1920, molti punti di contatto col socialismo riformista dei minatori dell’Iglesiente, per la forte commistione tra l’impronta anarchico-insurrezionalista e quella sindacalista-rivoluzionaria oltre che per la comunanza di esperienze e sofferenze tra le componenti di ex-combattenti della grande guerra, ma ha anche delle sostanziali differenze che diventeranno sempre più evidenti nell’arco degli anni successivi sino a coagularsi in una componente filo fascista e una decisamente antifascista: ciò produrrà divisioni sia nel partito dei combattenti e reduci, molti dei quali aderiranno al nascente partito fascista,  che  del partito socialista, che si vedrà diviso in tre correnti principali una delle quali porterà alla nascita del partito comunista. Nell’immediato primo dopoguerra c’è la questione comune delle condizioni di lavoro e del “salario giusto” che li può vedere uniti e cooperanti, nell’immediato futuro nulla sarà dato per scontato.

Due settimane dopo le elezioni, il 1° dicembre 1919, ottomila minatori delle miniere del Sulcis-Iglesiente scioperano in silenzio per il salario. L’avvocato Ferruccio Sorcinelli (imprenditore spregiudicato e ossessionato dal voler diventare deputato) per conto delle imprese minerarie operanti nel territorio Sud Occidentale della Sardegna, decide di usare il pugno di ferro contro le maestranze e il 13 dicembre invita il Ministero dell’Interno, tramite “eccellenza De Vito”, all’invio di truppe a Iglesias per la repressione della sommossa minacciata “per l’inaccettabili pretese di aumento delle mercedi”. Ai venti carabinieri presenti sul territorio si aggiunse presto un battaglione di fanteria con sei sezioni mitragliatrici proveniente, con un treno speciale, da Cagliari con massima urgenza. Qualche giorno più tardi arriverà un plotone di soldati ciclisti e si attendono ulteriori “soldati minatori” [fonte Archivio Centrale dello Stato, Min. dell’Interno, Dir Gen. di Pubblica Sicurezza,  Dir. Affari generali e riservati, Categoria CI, Cagliari 1920, busta 80, cit. in “Il cavaliere dei rosso mori” di G. Fiori, Einaudi 1985, p. 84].

I minatori continuano a resistere, Iglesias è rimasta senza luce, il carbone rimasto a Portovesme potrà alimentare la centrale di Cagliari per pochi giorni ancora.

Il 17 dicembre 1919 il prefetto di Cagliari richiede al Ministero dell’Interno l’invio di un ulteriore battaglione per Bacu-Abis, intendendo far funzionare la miniera con personale militare.

Si prospetta un Natale caldo. Si formano due schieramenti antagonisti: Sorcinelli in rappresentanza della classe padronale (oggi diremo imprenditoriale), i prefetti e i filogovernativi padronali da un lato, dall’altro i socialisti riformisti di Angelo Corsi (giovane sindaco di Iglesias), gli anarchici e la nascente fronda filobolscevica, i minatori con l’appoggio di combattenti e agricoltori, con Emilio Lussu impegnato in febbricitanti comunicati al Presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti del Partito Radicale Storico (fondato da Felice Cavallotti, rappresentato a sinistra nel parlamento post-unitario dal gruppo detto "dell'estrema sinistra" e affondava le sue radici ideali nel filone più radicale – laico, democratico e repubblicano – del Risorgimento italiano, quello mazziniano e garibaldino, ma con riferimenti propri al pensiero e all'azione di Carlo Cattaneo e Carlo Pisacane), sensibile alle tematiche sociali e alle spinte per un potenziamento della democrazia repubblicana in Italia. 

Il Governo comprende l’urgenza e non si fa attendere.  Lo scontro si compone nel gennaio 1920 a Roma. Il 25% di salario in più ai minatori metalliferi dell’Iglesiente, il 30% in più ai carboniferi di Bacu-Abis. Un risultato straordinario ma ancora insufficiente. Sono necessari interventi organizzativi per arginare i soprusi e l’oppressione delle maestranze. In poche parole “tutela dei diritti umani” contro l’arroganza schizofrenica dei padroni (succubi e muti con i più forti, prepotenti e meschini con i più deboli). Nello schieramento padronale si è acceso il fuoco della vendetta.

Il 31 marzo 1920 il Sorcinelli scrive al senatore Bettoni Cazzago, una lunga lettera, chiedendo indietro le truppe ripartite ad emergenza finita:

«[…] La propaganda dei minatori si svolge sul tema le miniere ai minatori e si dànno istruzioni per formare alla prima occasione i Consigli di Miniera. È bene allora che tu sappia che, sino a poco tempo fa a Iglesias (che è l’unico punto nel quale c’è da temere qualchecosa in Sardegna, dimodoché assicurando la tranquillità ad Iglesias, si è certi di quella di tutta l’Isola), si aveva un battaglione di fanteria, ora ci sono appena 50 uomini di una truppa e 40 carabinieri… Pensa che le sole miniere attorno a Iglesias impiegano cinquemila minatori che possono riunirsi in piazza in un’ora. Cosa vuoi che faccia questo povero Sottoprefetto, se gli organizzano un colpo di mano? … e dire che a 50 chilometri da qui, a Cagliari (ove non esiste il più lontano pericolo di moti) c’è la scuola di allievi carabinieri con 700 allievi, e ci sono 100 carabinieri del battaglione mobile e non meno di 250 guardie regie.» [Ibid.]

L’unione d’intenti del blocco reduci-minatori fa paura alle imprese minerarie rappresentate dall’avv. Sorcinelli. I combattenti hanno un giornale il “Solco” che non riescono a finanziare adeguatamente, Sorcinelli si offre di finanziarlo e vuole anche incontrare Lussu; insiste presso il deputato Angioni e riesce ad ottenere un incontro il 5 maggio 1920 in via Roma a Cagliari, nello studio dell’on. Mauro Angioni. Lussu fiuta l’inganno e si presenta con un testimone, oltre l’Angioni. Sorcinelli, descritto sorridente e sicuro di se, propone a Lussu di entrare in affari per l’acquisizione de “L’Unione sarda” finalizzato alla creazione di un blocco produttori e imprenditori sardi e al ripristino del dominio incontrastato dell’imprenditoria borghese sull’economia sarda. Lussu non cede all’insistenza di Sorcinelli.  Scriverà:

«È il più grande fariseo che abbia mai conosciuto. Filibustiere di prima classe!» [cit. “L’Unione sarda”, 26 marzo 1921, cit. Giuseppe Fiori “Il cavaliere dei rossomori”, Einaudi 1985, p. 88]

I mesi di sciopero, le razioni di cibo insufficienti e la tensione accumulata fanno cedere alcune famiglie che chiedono l’aumento delle razioni sotto la finestra del Sottoprefetto, è il sabato 8 maggio 1920. Si sparge la voce e in breve tempo si raccoglie una folla di un migliaio di persone, delegazioni di minatori, madri di famiglia agitate che chiedono il pane ad alta voce. Poi ritorna la calma. Il lunedì successivo 10 maggio, un comunicato, affisso dalla direzione della miniera, nel quale si annuncia la volontà di decurtare 1,40 lire (pari a mezza giornata di lavoro),  a ogni operaio che avesse partecipato alla manifestazione del sabato precedente.

I minatori mandano un rappresentante dall’ingegner Binetti, è muro contro muro, o viene ritirato il provvedimento oppure sarà sciopero generale.

La direzione non ritira il provvedimento. La tensione sale alle stelle. 

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